A differenza del sessismo ostile, il sessismo benevolo ha il volto amichevole della lusinga. Descrive le donne come creature delicate e preziose, accoglienti e comprensive, persino migliori degli uomini. E infatti sono bravissime a fare tutto quello che gli uomini non vogliono o non possono fare – allevare bambini, prendersi cura dei genitori anziani, portare pazienza e ricordarsi di non alzare mai le mani o la voce, sedersi composte, rispettare le regole, fare multitasking sia a casa che sul lavoro senza perdere colpi, anche quando ci ammaliamo. Se non ci fossimo, insomma, qualcuno dovrebbe inventarci.

Peccato che il riconoscimento di tutte queste qualità positive abbia un prezzo: per dimostrare di essere all’altezza di questa femminilità ideale, meritando così rispetto e protezione, il minimo che possiamo fare è accettare di non poter competere con gli uomini in tutti quegli ambiti che invece premiano aggressività e intraprendenza, o di non poter avere la stessa libertà di agire e muoverci nel mondo.

Perché il sessismo è ambivalente

La distinzione tra sessismo ostile e benevolo la dobbiamo agli psicologi sociali Peter Glick e Susan Fiske, autori della teoria del sessismo ambivalente. Dal momento che tra uomini e donne esiste un rapporto di interdipendenza, le discriminazioni di genere hanno un carattere duale e contraddittorio.

La variante più conosciuta e facilmente identificabile del sessismo è il suo volto ostile, quello che nella storia è stato incarnato da filosofi, politici e scienziati tesi a dimostrare la naturale inferiorità delle donne, descritte ora come esseri irrazionali e limitati, ora come approfittatrici subdole e pericolose che cercano il controllo sugli uomini, sia attraverso la sessualità (le seduttrici) che attraverso il rovesciamento di norme culturali (le femministe).

Esiste però anche una variante più sottile di sessismo, quella che invece affida agli stereotipi positivi il compito di rafforzare e giustificare svantaggi e disuguaglianze. Il sessismo benevolo non vuole svilire le donne, ma renderle un caso speciale sottolineando differenze di genere reali o presunte.

Sessismo e paternalismo

Dicendo che le donne meritano di essere protette, amate o addirittura adorate, il sessismo benevolo riesce a farsi accettare anche dalle dirette interessate, o a nascondersi dietro una patina romantica che fa sentire gli uomini cavalieri in scintillante armatura e non persone dotate di pregiudizi. Per complicare ulteriormente le cose, fa notare la psicologa Chiara Volpato in Psicosociologia del maschilismo (Laterza), il sessismo benevolo intreccia dominio e affetto, suscitando in risposta sentimenti di lealtà.

Non di rado è ammantato di paternalismo, atteggiamento di affetto e protezione nei confronti di qualcuno che non si reputa alla propria altezza e di cui proprio per questo ci si assume la responsabilità. Il rovescio della medaglia è che così facendo i privilegi riservati agli uomini dalla società appaiono legittime ricompense, sia per i compiti gravosi di cui ci si è fatti carico che per la promessa di essere sempre pronti a sacrificarsi per il bene di donne e bambini, messi sullo stesso piano.

Il nocciolo della questione è proprio qui: il paternalismo, come scrive Volpato, “è sempre sorretto da un giudizio di incompetenza e di minorità dell’altro termine della relazione”, giudizio che in modi diversi può danneggiare chi lo subisce, tanto a casa quanto a scuola o sul lavoro.

Il bastone e la carota

Sessismo ostile e benevolo sono complementari, non si annullano a vicenda. Per usare le parole di Glick e Fiske, il sessismo benevolo è la carota che dovrebbe assicurarsi che le donne continuino a interpretare ruoli tradizionali, il sessismo ostile il bastone usato per punirle quando non rimangono al loro posto. Il primo mette l’enfasi sulle ricompense, il secondo sulla punizione.

Il sessismo è ambivalente proprio perché nella stessa persona possano coesistere entrambi gli atteggiamenti, senza che questo la faccia cadere in contraddizione. Le due forme di sessismo non sono che strategie diverse per raggiungere lo stesso obiettivo: la carota è quella che fa sembrare la disparità vantaggiosa per entrambi, perché permette di sentirsi valorizzate; il bastone prende di mira le donne che sfidano il potere maschile di stabilire le regole del gioco, attraverso la violenza, l’intimidazione e una brusca caduta da quel piedistallo su cui si veniva innalzate fino a poco prima.

Libere di essere persone

Un altro rischio implicito nell’accettare questi complimenti a doppio taglio è che il sessismo benevolo costituisce anche un grande limite nell’espressione di sé.
Come scrive Giulia Blasi in Manuale per ragazze rivoluzionarie (Rizzoli) “non esiste alcuna superiorità intrinseca delle donne, perché donne e uomini sono esseri umani con pregi e difetti: solo che alle prime viene insegnato a rivolgere l’aggressività all’interno, contro se stesse o al massimo contro le altre, e i secondi vengono incoraggiati a sfogarla in bella vista”.

Per continuare a meritarsi galanterie e complimenti bisogna essere disposte a censurare tutti quei sentimenti, pensieri o desideri che non si adeguano allo stereotipo. Essere migliori è un lavoro a tempo pieno: sentirsi liberi di poter essere i peggiori, d’altro canto, significa non essere tenuti “nemmeno al minimo sindacale della decenza, della considerazione, della continenza”.

E verso gli uomini?

Nei loro studi, Glick e Fiske hanno analizzato anche il pregiudizio nei confronti del genere maschile, attribuendogli le stesse caratteristiche di ambivalenza. In questo caso i sentimenti di ostilità sono espressi sotto forma di risentimento verso il potere maschile e l’atteggiamento di superiorità a esso correlato, mentre il sessismo benevolo si esprime nel riconoscimento dei ruoli tradizionali, in cui l’uomo protegge e provvede alla famiglia, sottolineando l’importanza dell’intimità tra i generi.

Tuttavia, il sessismo benevolo suppone anche che gli uomini abbiano bisogno delle cure femminili, perché, un po’ come dei bambini grandi e grossi, non sarebbero in grado di cavarsela da soli alle prese con compiti semplicissimi (come in quelle pubblicità in cui i papà sono adorabili pasticcioni che vanno nel panico quando il genitore responsabile e assennato, cioè la mamma, si allontana per un paio di giorni). Quando ostilità e benevolenza sono compresenti, il risultato è un misto di risentimento e ammirazione.